C’è qualcosa di perfetto e perturbante in “Un americano tranquillo”.

Non perché tutto torni, ma perché ogni cosa ci stordisce. Graham Greene ambienta il romanzo nel Vietnam degli anni Cinquanta, quando ancora si chiama Indocina e i francesi stanno perdendo la partita coloniale, mentre gli americani, come ombre di un destino già scritto, decidono di sostituirli.

La superficie è quella del romanzo d’atmosfera e d’intrigo, ma sotto scorre un fiume melmoso, lento, fatto di compromessi morali e desideri inconfessabili.

Da una parte la grande storia: il comunismo come mostro da abbattere, il pragmatismo americano, l’ingenuità pericolosa del cosiddetto idealismo. Greene, da reporter consumato, conosce la materia e la plasma con lentezza, senza dichiarazioni roboanti: il potere si insinua, si traveste, si compra. E poi c’è la piccola storia: Fowler, il giornalista inglese disilluso, la giovane Phuong, corpo della bellezza che si vende, e l’americano Pyle, idealista e letale, figlio del New England e delle letture sbagliate (York Harding, manuale di interventismo mascherato da teoria). In questo triangolo non c’è amore, ma desiderio, possesso, paura di invecchiare e rimanere soli. Phuong, così come è descritta, non ha voce, ed è proprio questo il punto: è la posta in gioco di due uomini tanto diversi. Una che ha già perso e vuole almeno il suo conforto. L’altra che vuole vincere a tutti i costi, anche sacrificando la propria anima.

Greene non giudica, non assolve, ma suggerisce: l’”americano tranquillo” non è così tranquillo, e l’Inghilterra che osserva è più complice che spettatrice. C’è una scena – un’esplosione in un mercato – che da sola basta a spiegare la logica dell’intervento: un po’ di morti ora per evitare il domani. Ma chi decide il conto?

In questo romanzo, tutto è in vendita: la donna, il Paese, la verità. Ma è una vendita discreta, che passano nei salotti con un Martini in mano. Greene mostra compassione perchè ha vissuto abbastanza da sapere che la realtà non ama le certezze.

“Un americano tranquillo” è il romanzo sull’ipocrisia, l’innocenza ed il disincanto. È perfetto, disturbante, attuale. 

Più noir che romanzo politico, più confessione che pamphlet.

La domanda, alla fine, non è chi ha ragione, ma se sia mai possibile averla.

30 marzo

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