Quando Trump impose i primi dazi sulle importazioni cinesi, molti applaudirono. Si disse, “Difesa dell’industria americana e ritorno a casa del lavoro”. Confesso di essere stato tra coloro che ritenevano la sua candidatura la migliore tra quelle disponibili.  Mi permisi di fare un’endorsement, per quel che valeva. Mi convinceva l’idea di riconsiderare gli effetti del globalismo più sfrenato. Fu una guerra combattuta sul portafoglio dei cittadini. Perché un dazio è una tassa. Non sui cinesi, ma sugli americani che compravano quel prodotto — una lavatrice, un’automobile, un trapano — pagandolo più del giorno prima. Il punto era (ed è) questo: il prezzo della sovranità economica lo pagano proprio i cittadini ed elettori. 

Oggi è un’altra storia. Il protezionismo del secondo mandato di Trump non protegge dagli eccessi del globalismo: mette in luce errori nuovi, e più grossolani. Si costringe a preferire il prodotto interno — più costoso, spesso meno competitivo — non per libera scelta, ma per mancanza di alternative. Si è pedagogicamente indotti a desiderare meno, a razionalizzare il sacrificio in nome della bandiera. Il dazio diventa morale pubblica ed il consumo scelta politica. Comprare straniero è un tradimento; sostenere la manifattura locale è patriottico, quasi quanto il vecchio slogan “Compra svizzero!” sui cartellini di Chiasso, tra mele cotogne tanto brutte da sembrare destinate ad una porcilaia di Como.

La politica entra nel supermercato, ma il commercio non è mai solo una questione di merci: è un dialogo tra necessità. Chi vende ha bisogno di vendere, chi compra ha bisogno di credere di poter comprare. Quando quel legame si spezza, si cade: senza il bene venduto, senza l’illusione dell’acquisto, senza nulla.

Nel grande teatro del commercio globale, le nazioni non si scambiano merci: si scambiano vulnerabilità. La Cina esporta produzione, l’America esporta consumi, l’Europa galleggia cercando di vendere coscienza (green what?!). Non esistono più guerre commerciali. Esistono ricatti reciproci, esercitati con rotte marittime, cavi sottomarini, proxy wars dei vassalli regionali, riserve valutarie e wallet digitali. Il “libero mercato” è una metafora gentile. Il commercio è un ecosistema instabile di minacce implicite, dove spesso chi rompe l’equilibrio lo fa per ragioni interne, non esterne. Trump, con il suo stile da bestia elettorale, non ha inventato nulla. Ha solo reso visibile un meccanismo antico: l’impero tassa i propri cittadini per fingere di avere ancora un nemico esterno. E lo fa con i dazi, con le sanzioni, con gli strepiti contro un mondo ingrato che non ti rispetta.

Fino a oggi , due aprile 2025, ho sempre diffidato delle narrazioni del declino dell’America. Non ho mai creduto alla crisi permanente, né alla retorica del tramonto. Ho sempre pensato che il mondo si trasformi, che non esistano crolli ma passaggi. Ma oggi, osservando il ritorno di Trump, la logica dei dazi, la teatralità dell’isolazionismo, comincio a percepire una discontinuità reale. Come se qualcosa — nella forma del potere, nella sua grammatica, nella sua intelligenza — si fosse spezzato. Non è più solo trasformazione. È perdita di convinzione. Non è la fine della storia, come si diceva: è l’inizio di una nuova fase, più opaca e scritta dalla paura. Il dazio, piccolo gesto tecnico, è il primo segnale di quel mutamento profondo. Quando un impero tassa i propri cittadini per punire chi vive oltre le proprie mura, non sta più governando: sta già difendendosi. Non perché voglia davvero l’autarchia (un buon Chianti non lo produce la Napa Valley o una Corvette non potrà mai essere paragonata ad una Ferrari), ma perché la dipendenza rivela l’illusione del potere.

Trump, in questo senso, ha incarnato l’impero che si lamenta. Ha puntato il dito contro la Cina, contro l’Europa, contro il Messico ed il Canada … ma ha colpito Walmart. Ha colpito le famiglie della middle class che volevano una TV a schermo piatto da 300 dollari.

La lamentela imperiale è un gesto antico. Non chiede riparazione, ma complicità emotiva. Vuole che il popolo senta l’ingiustizia, anche se l’ingiustizia non c’è. Vuole che qualcuno venga colpito, anche se a essere colpiti siamo noi. Ci fu un tempo in cui le tasse erano dichiarate, Trump le traveste da scelte etiche. Il dazio, come il debito pubblico, è una nota oscura: non si capisce subito. Stringe lentamente e inflaziona i desideri per poi negarli. Costringe a riscrivere il concetto stesso di “valore”. Forse è proprio questo il significato finale del commercio globale: una mappa dei desideri imperiali. Una topografia di ciò che ogni civiltà è disposta a far pagare ai propri figli pur di non guardare negli occhi il proprio destino.

2 aprile

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