Riceviamo posta alla nostra casella per altri che hanno assunto il nostro nome. 

Siamo involontari testimoni di un furto della nostra identità.

Ne abbiamo data testimonianza al tempo

Oggi decidiamo di dare inedita forma allo sberleffo, reo il pedissequo e certi del comune divertimento. 

 

Appunti taoisti per una sopportazione estetica del plagio

I.

C’è un tipo particolare di sfortuna —
non tragica, non drammatica, non nemmeno fastidiosa,
piuttosto… poco interessante.

È la sfortuna di essere copiati male.

Non copiati bene, il che sarebbe quasi un omaggio.
Non copiati fedelmente, il che è sempre un po’ sterile.
Ma copiati senza capirne il respiro.

È come se qualcuno cercasse di riprodurre il suono del koto giapponese
con un ashiko nigeriano sfondato.


II.

Il Maestro Zhuangzi raccontava di un uomo che sognava di essere una farfalla.
Noi, più modestamente, abbiamo sognato un sito.
Poi ci siamo svegliati e abbiamo scoperto che qualcun altro aveva sognato di sognare il nostro sito.

E non ci ha capiti.

Ha preso il nome, non il silenzio.
Ha preso il tono, non il tempo.
Ha preso l’estetica, ma ha dimenticato l’ascesi.

Il risultato è quello che i taoisti chiamerebbero
“il simulacro senza spirito”.


III.

Come comportarsi, allora?

Con rabbia?
No. Il pathos è risorsa preziosa, non lo si spreca per cose piccole.
Con ironia? Forse. Ma solo se è gentile.
Con denuncia? Soltanto quando l’universo ci impone di interrompere il tè.

No, si risponde con la sola arma che il plagio non conosce:
l’eleganza dell’indifferenza coltivata.

È un esercizio zen, questo.
Guardare la copia e riconoscere che non ci riguarda.
Che non è sbagliata: è solo non-viva.


IV.

Un giorno, l’Imitazione verrà al cospetto dell’Originale
e chiederà: “Insegnami”.

L’Originale risponderà: “Ascolta”.

L’Imitazione, impaziente, registrerà l’audio.
Ma dimenticherà di togliere il rumore di fondo.

E pubblicherà tutto in un podcast.


V.

Nel frattempo, continuiamo.
A scrivere, a pensare, a coltivare giardini interiori.
A nominare le cose con nomi che non si possono duplicare.

E quando ci copieranno ancora,
con la stessa grazia con cui si sbaglia un haiku,
noi sorrideremo.
Senza fretta.

Come tartarughe.
Come il vero Altriorienti.

 

 

 

 

Il carattere cinese dào. Il carattere 道 significa “via“, ma anche “percorso”. A partire dalla dinastia Zhou orientale (770-256 a.C.) ha iniziato a significare la “via corretta” o la “via naturale”. Ma anche “mostrare la via” quindi “insegnare”, “metodo da seguire” e infine “dottrina”. Nei Lúnyǔ (論語) di Confucio si dice che uno Stato “ha il 道 se è ben governato” o anche che il “re dedica se stesso al 道”. Da notare che il carattere 道 si compone di 首 (qiú “testa” quindi “principale”) + una variante del carattere 止 (zhǐ nel significato arcaico di “piede”) combinata con 行 (xíng, “percorrere”): quindi “incedere sul percorso principale”.

Da Wikipedia

24 marzo

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